Pensioni addio

La Corte dei Conti sancisce ciò che da tempo sospettavamo. Se prima le pensioni erano un miraggio, ben presto diventeranno un miracolo. Per la prima volta nella sua storia, l’INPS probabilmente chiuderà il bilancio 2016 con un patrimonio netto in negativo, accelerando il trend di drammatica picchiata che sta proseguendo da anni.

Non bastano le rassicurazioni di Poletti, “Il sistema è sostenibile”, e neanche quelle di Boeri, “il disavanzo deriva unicamente dai ritardi nei trasferimenti dello Stato”, nè tantomento ciò che il Presidente dell’INPS aggiunge subito dopo, e cioè che in ogni caso “le prestazioni sono garantite dall’intervento della finanza pubblica”.

Siamo alle solite. Se un Ente pubblico non riesce a far quadrare i propri conti c’è sempre lo Stato che interviene, naturalmente mettendo le mani nelle nostre tasche. Ma di soldi non ce ne sono più, forse non se ne sono accorti, e stavolta la patata bollente è davvero grossa.

Soltanto qualche numero per capire l’entità del problema: le entrate contributive del 2015 sono state di 215 miliardi, le uscite di 307, e se è vero, come è vero, che viviamo in un periodo di forte crisi del mondo del lavoro, è altrettanto vero che i pensionati stanno aumentando, una situazione che non permetterà di contare su un incremento delle entrate, sufficiente per bilanciare l’ammontare complessivo delle pensioni erogate.

Ci chiediamo a questo punto come sia possibile affermare che “il sistema è sostenibile”, e come sia credibile aggiungere che si tratta di una questione di “ritardi nei trasferimenti di soldi dallo Stato alle casse dell’INPS”. Ci sembra piuttosto una questione di numeri. Per limitare le perdite non sarà neanche più sufficiente impiegare il patrimonio netto dell’ente, sceso nel 2015 a 5,87 miliardi, previsto nel 2016 a – 1,73, fino ad arrivare a -7,86 alla fine del 2017!

Mettiamoci quindi il cuore in pace, niente pensioni, ma urge comunque trovare una soluzione per evitare una pericolosa rivolta sociale. Non servono formule magiche nè incantesimi. Basterebbe che ci si impegnasse seriamente ad incrementare il numero di posti di lavoro, a costo di infrangere il patto di stabilità e gli impegni di deficit controllato presi con l’Unione Europea. Servono investimenti pubblici che inneschino la ripresa tanto sospirata, altrimenti rimarrà una sola alternativa: cominciare ad eliminare i vecchi, ma non ci sembra davvero auspicabile, sebbene per salvare l’euro qualcuno potrebbe pure arrivare a pensarlo.

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