Virus letale

Un corpuscolo penetrato nelle cellule del partito da meno di quattro anni. Tanto è bastato al virus Renzi per distruggere il sistema nervoso centrale del PD, uno degli organismi più grandi della fauna politica italiana. Troppo tardi per qualsiasi medicina, e l’Assemblea di ieri pare abbia convinto quei pochi che non erano stati contagiati, ad andarsene.

La sconfitta è bruciante e non serve accusare nessuno. La colpa va ricercata al proprio interno, perchè evidentemente l’anima del partito non è mai stata abbastanza sana per respingere l’attacco di corpi estranei che ne potevano pregiudicare la vitalità. Renzi ha solo giocato le sue carte, e a quanto pare ha vinto su tutti i fronti, cacciando dalla casa del PD chi lo aveva accolto.

Quello che brucia è l’aver condiviso battaglie che non si volevano combattere, votando riforme che non si condividevano a colpi di fiducia e scavando un solco sempre più profondo tra il partito e i suoi elettori.

Renzi è troppo forte per affrontarlo in un congresso, altrimenti non si sarebbe dimesso. Il rischio di averlo nuovamente come segretario è altissimo, e la minoranza non può e non vuole rischiare di essere schiacciata ancora di più. Non rimane altro che andarsene e sbattere la porta, lasciandosi alle spalle il simbolo del partito. Ricominciare da capo insomma, augurandosi che la lezione sia servita.

Ma è la mossa giusta da fare? Non è forse meglio combattere sui programmi e presentarsi alle primarie per far decidere agli elettori la linea da seguire? La minoranza è veramente convinta che a spuntarla sarebbe ancora Renzi? Un partito dovrebbe essere l’espressione del popolo che lo sostiene e le primarie rappresentare la sintesi di tale volontà, l’unico mezzo insindacabile di giudizio.

Per le scissioni c’è sempre tempo.

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